Agricoltori dietro le sbarre se scambiano semi!

Per ricevere gli aiuti internazionali, la Tanzania deve favorire l’agribusiness

Solo pochi giorni fa abbiamo celebrato i 10 anni della legge che in Italia ha salvato dall’illegalità una pratica antica come l’agricoltura, consentendo lo scambio di semi tra contadini e appassionati a livello informale. Oggi dobbiamo invece raccontarvi di una scure che si sta abbattendo sugli agricoltori della Tanzania proprio a proposito di sementi.

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Orto comunitario di Gemokihi – Slow Food Tanzania

 

Per ricevere gli aiuti allo sviluppo, il Paese africano ha messo le mani alla propria legislazione assicurando ai colossi dell’agribusiness un accesso più veloce alla terra e la protezione dei diritti di proprietà intellettuale: «L’80% dei semi in Tanzania viene scambiato o venduto in un sistema informale tra vicini, amici e familiari, mentre la nuova legge criminalizza questa pratica locale», racconta Michael Farrelly del movimento per l’agricoltura biologica in Tanzania TOAM.

«Se acquisti semi da Syngenta o Monsanto, con la nuova legge, i diritti di proprietà intellettuale rimangono in mano loro. Se conservi i semi dopo il primo raccolto, puoi utilizzarli solo nel tuo fazzoletto di terra e per scopi non commerciali. Non puoi regalarli ai vicini o a tua cognata che vive nel villaggio accanto, e men che meno venderlo», continua Farrelly.

«Da oggi gli agricoltori tanzaniani rischiano anche 12 anni di prigione o più di 200 euro di multa, o addirittura entrambe se vendono sementi non certificate», continua Janet Maro, membro della Condotta Slow Food Asilia di Morogoro e a capo della Sustainable Agriculture Tanzania (SAT).

Sotto la pressione del G8

La Tanzania ha cambiato la propria legislazione per ricevere gli aiuti allo sviluppo previsti dalla Nuova Alleanza per la Sicurezza Alimentare e Nutrizionale voluta dal G8 nel 2012 per combattere (o forse diremmo meglio governare) il fenomeno del land grabbing. L’obiettivo dichiarato della New Alliance è risollevare 50 milioni di persone dalle condizioni di povertà nell’arco di un decennio, puntando soprattutto all’incremento degli investimenti privati, e a mettere a disposizione delle multinazionali le risorse naturali e i mercati africani.

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Orto comunitario Maji ya Chai – Slow Food Tanzania

 

Queste si impegnano a favorire i produttori locali di piccola scala e a coinvolgere le classi sociali più emarginate e le donne, ma in realtà poco di tutto ciò è stato fatto. La New Alliance ha ricevuto critiche dalle Ong e anche il Parlamento europeo ha pubblicato lo scorso maggio un report molto critico a riguardo chiedendo alla Commissione di intervenire.

La rimozione delle barriere al commercio

Janet Maro fotografata a Torino durante Salone del Gusto e Terra Madre 2014

 

Uno degli aspetti più controversi di questa vicenda è che con questa nuova legislazione, la Tanzania è divenuta il primo dei Paesi meno sviluppati a far parte della Convenzione Internazionale di Parigi per la protezione delle nuove varietà di piante. Entrata in vigore nel 1968 e soggetta a ripetute revisioni, ne fanno parte tutti i Paesi aderenti al Wto, tenuti a garantire i brevetti sulle sementi sul territorio nazionale. Proprio per dare un attimo di respiro alle terre più disagiate, una deroga, fino al 2021, era stata concessa ai Paesi meno sviluppati.

«Il risultato è che in questo modo il sistema delle sementi su cui si basa la Tanzania arriverà al collasso a brevissimo e questo vuol dire perdita di biodiversità», sottolinea Maro. Ma anche maggiori rischi per un sistema alimentare locale già fragile, aggiungiamo noi.

E la cosa peggiore è che la Tanzania potrebbe non essere presto la sola: nel 2015, 18 Paesi africani hanno siglato il Protocollo Arusha per la protezione delle nuove varietà di piante. Si tratta di un accordo che impegna i sottoscrittori a eliminare le barriere al commercio e riconoscere i brevetti sulle sementi per armonizzare il sistema regionale. Tra i partner c’è l’Ufficio comunitario delle varietà vegetali, l’agenzia preposta dell’Unione europea che non perde mai un incontro del Protocollo.

Secondo i rappresentanti delle multinazionali coinvolte, queste misure aiuteranno l’Africa: come esiste nell’Unione europea una politica armonica sulle sementi così accadrà anche in Africa e non sarà più un problema trasportare semi dal Kenya a una regione della Tanzania con lo stesso clima.

Del resto, come affermano i promotori di questa nuova tendenza agricola che sta conquistando l’Africa, non far niente e pensare che continuare a vivere con quello che coltivava tua nonna è una garanzia di catastrofe. Meglio stendere il tappeto rosso a tutte le novità oltreconfine.

E pensare che i risultati più soddisfacenti in termini di comunità coinvolte, salvaguardia della biodiversità e prodotti raccolti arrivano quando si attuano pratiche agroecologiche e si rispettano l’ambiente e la cultura locali.

Slow Food in Tanzania è presente con 13 Convivium (le sedi locali della nostra associazione) un Presidio Slow Food, quello del miele di ape melipona di Arusha e coltiva 98 Orti 

 

Fonte
www.mo.be

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