Scambio di Semi: ora è legale, quasi.

Secondo una direttiva della Comunità europea del 1998, lo scambio e la commercializzazionedelle sementi sono attività riservate esclusivamente alle ditte sementiere e vietate ai coltivatori.
Ciò che gli agricoltori hanno fatto per millenni è stato così di colpo vietato. Qualche mese fa Kokopelli, associazione conosciuta in tutto il mondo per il suo impegno a favore della biodiversità, è stata condannata per scambio e vendita di sementi di antiche varietà a pagare una multa di 35mila euro, che la costringerà probabilmente a cessare per sempre la sua attività. In Italia invece, dopo anni di battaglie da parte di diversi esponenti del mondo agricolo, in tempi recenti è stata finalmente approvata una legge (n°46, art/bis) che riconosce ai coltivatori, anche se solo in linea di principio, il diritto di scambiarsi le cosiddette «varietà di conservazione». Per chiarire meglio i termini della questione abbiamo intervistato Massimo Angelini, presidente del Consorzio della Quarantina, da anni impegnato nel recupero delle varietà tradizionali di ortaggi e di alberi da frutta e uno dei promotori dell’iniziativa.

Come è stato superato il divieto imposto della Comunità europa allo scambio di sementi tra agricoltori?
Nel 2000 abbiamo presentato al Ministero delle politiche agricole una proposta di decreto volta a garantire ai coltivatori una deroga alle restrizioni imposte dalla direttiva 98/95. Proposta che è diventata legge nel 2007, anche se non è ancora stata resa operativa. Viene così riconosciuto il diritto dei coltivatori a scambiarsi tutti i semi delle varietà tradizionali, a condizionen che queste siano iscritte in un registro nazionale, ancora da istituire, delle varietà da conservazione. Le sementi tradizionali devono essere autoriprodotte, tramandate da almeno 50 anni e coltivate dallo stesso produttore che le scambia in ambito locale, cioè quello di tradizionale coltivazione di una varietà o nell’ambito della provincia, e in quantità limitata: 1000 m2 per patate e orticole; e un ettaro per cereali e colture da campo.

Una legge che piano piano tutte le Regioni dovranno mettere in pratica…
Il 20 marzo scorso la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il regolamento di attuazione. Ora occorre che le singole Regioni si attivino per poter istituire un percorso di iscrizione all’albo nazionale delle sementi e delle varietà che saranno comunicate. Senza questo impegno da parte delle Regioni la legge rimarrà carta straccia.

In che modo si garantisce la sopravvivenza delle varietà?
Se i contadini vogliono scambiarsi i semi, lo fanno anche senza il permesso dello Stato. Viceversa, se abbandonano una varietà, non saranno certamente le banche del seme o gli incentivi a salvarla. La riproduzione e lo scambio dei semi è una pratica di sussistenza e, come tale, appartiene a un diritto originario del quale ogni persona è titolare e che nessuna norma può vietare, limitare, disconoscere o privatizzare senza risultarne moralmente delegittimata.

Cosa pensa degli incentivi o dei contributi in denaro volti alla conservazione delle sementi?
Credo che iniziative di questo tipo siano corruttrici, oltre che inutili. È un po’ come se qualcuno mi pagasse per parlare il mio dialetto o per conservare la foto dei miei vecchi. Conservare una varietà è come avere cura di una parte del proprio patrimonio.
Le varietà si mantengono solo se sono importanti per la gente, se rinforzano il senso di appartenenza e se fanno economia e non perché la Regione o chi per lei ti paga per riprodurle: chi ha bisogno di questo ha la statura morale di un mercenario.

Come Consorzio accettate i contributi pubblici?
La nostra gestione funziona solo sul volontariato. Quando lo scorso anno la Provincia di Genova ci ha offerto un contributo, lo abbiamo girato ai coltivatori associati per coprire al 50% l’acquisto di attrezzature.

Quando nasce la vostra ricerca delle varietà tradizionali?
A partire dagli anni Ottanta ho iniziato a girare l’Appennino Ligure, paese per paese, per chiedere informazioni sulle varietà che le persone una volta seminavano e ancora si autoriproducevano.
Mi interessavo, in particolare, di patate, perché mi permettevano di dialogare con tutti: da noi le patate le coltivano tutti, a differenza delle mele, del grano e di qualunque altra specie. A metà degli anni Novanta poi, è iniziato un lavoro di selezione di alcune varietà: in particolare la Quarantina Bianca Genovese, che in Liguria era la varietà di patata più conosciuta e anche la più apprezzata. Oltre a questo è iniziato un lavoro di recupero per fornire un’occasione economica alla gente che vive sulle montagne. È importante che chi vive in montagna o su terre economicamente marginali provi a riprendere le proprie varietà, quelle che dalle altre parti non ci sono, per costruirci un’economia che non conosca la concorrenza dell’agroindustria e delle colture standardizzate e monovarietali. Proporre alla gente che vive da queste parti di coltivare i prodotti e le varietà dell’agroindustria non è sensato.

Come è stato portato avanti il lavoro di recupero delle antiche varietà di patata?
Riallacciando un tessuto di saperi e di pratiche che si stava perdendo, come quello che univa chi produceva le patate da seme e chi produceva le patate da consumo. Oggi, alcuni produttori hanno imparato nuovamente a rifare le patate da seme e a mantenersi nel tempo le proprie varietà.
Tutto questo non è davvero banale, se si pensa che oggi, in Italia, ormai ovunque i contadini acquistano i tuberi da seme dall’Olanda, dal Belgio o dal Canada.

Come è nato il Consorzio?
Nel 1995 è iniziato il processo di selezione in campo delle prime varietà di patata che avevamo recuperato. Nel 1999 è nato un comitato che ha coinvolto istituzioni locali e coltivatori. Infine nel 2000 è stato istituito un vero e proprio consorzio di produttori, che due anni fa è diventato associazione, aperto anche agli appassionati e soprattutto ai negozianti e ristoratori che si impegnano ad acquistarle. Ora, oltre alle nostre sei varietà tradizionali di patata, stiamo provando a recuperare varietà locali di frumento, frutta e altri ortaggi.

Che tipo di certificazioni hanno i vostri prodotti?
Nessuna. Noi siamo per l’autocertificazione, non per le certificazioni: i contadini non sono «bugiardi» fino a prova contraria, sono loro a dover dire quello che fanno e a dimostrare ciò che dicono di fare. Nel tempo dei disciplinari, siamo per i prodotti indisciplinati. Anche per questo non aderiamo ai circuiti delle DOP e delle IGP, non siamo interessati ai presidi di Slow Food, al marketing della tipicità, ai mille bollini e marchi, buoni solo a fare guadagnare chi li fa e a dare credito politico a chi li promuove. Guardiamo con diffidenza alla comunicazione selvaggia sui prodotti locali che riempie le televisioni e la carta patinata.
Quando si costruisce una domanda troppo superiore all’offerta, di fatto si scippano i prodotti ai contadini e li si consegna all’agroindustria, che quel vuoto tra domanda e offerta sa bene come colmarlo, come insegnano gli esempi del formaggio Castelmagno o del lardo di Colonnata.

Articolo tratto da Terra Nuova Giugno 2008

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